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La censura corre sul web

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Ci riprovano. Ancora una volta il governo prova a censurare la rete con una norma inserita in un contesto, quello della disciplina delle intercettazioni, che oltre ad essere non del tutto omogeneo con il tentativo di limitare gli effetti dannosi dell’informazione incontrollata del web, non risulta essere di immediata necessità visto che in materia di intercettazioni la disciplina del codice di procedura penale e quella in materia di privacy appare più che sufficiente.

La norma contenuta nel comma 29 dell’art. 1 del disegno di legge n. 1611 ha ad oggetto l’obbligo di tutti i gestori di siti informatici che saranno tenuti a disporre la rettifica di ogni informazione pubblicata online entro 48 ore dall’eventuale richiesta di soggetti che si ritengano lesi, fondata o infondata che sia.
Pare che stavolta ci siano poche speranze che un movimento d’opinione possa cambiare il contenuto del disegno di legge, anche perchè il governo avrebbe intenzione di porre la fiducia.
Il legislatore continua a non voler cogliere la differenza fra siti amatoriali cd. “blog” (et similia) e i siti di informazione professionale. Ovviamente, i primi andrebbero esclusi dal portato normativo in questione, anche per la naturale limitatezza dei mezzi nella disponibilità dei siti non professionali. Ci si interroga inoltre sulle conseguenze della violazione di un siffatto obbligo così come configurato dal legislatore laddove la richiesta di rettifica sia palesemente infondata.

Riconoscere che esso sia strumentale ad un successivo ed eventuale giudizio di responsabilità (civile), è come dire che il Giudice dovrà accertare previamente la fondatezza della richiesta di rettifica che si pone in rapporto di pregiudizialità rispetto all’accertamento della responsabilità. In questo caso, a parere di scrive, le richieste di rettifica palesemente infondate possono essere pacificamente ignorate. Di parere contrario la Cassazione che, in materia di rettifica prevista dalla legge sulla stampa, con sentenza n. 10690 del 24 aprile 2008 ha affermato che: “l’esercizio del diritto di rettifica… è riservato, sia per l’an che per il quomodo, alla valutazione soggettiva della persona presunta offesa, al cui discrezionale ed insindacabile apprezzamento è rimesso tanto di stabilire il carattere lesivo della propria dignità dello scritto o dell’immagine, quanto di fissare il contenuto ed i termini della rettifica; mentre il direttore del giornale (o altro responsabile) è tenuto, nei tempi e con le modalità fissate dalla suindicata disposizione, all’integrale pubblicazione dello scritto di rettifica, purché contenuto nelle dimensioni di trenta righe, essendogli inibito qualsiasi sindacato sostanziale, salvo quello diretto a verificare che la rettifica non abbia contenuto tale da poter dare luogo ad azione penale”).

 

L’appello di Agorà Digitale

Ebbene si’, abbiamo un modo per disinnescare il nuovo tentativo di estendere a tutti i “siti informatici” compresi blog e siti amatoriali, la rigida regolamentazione della carta stampata in particolare relativamente all’obbligo di rettifica.

L’iter del famoso comma “ammazza-blog” è ripreso assieme a quello del ddl intercettazioni in cui è contenuto e, se approvato, prevederà che qualsiasi persona pubblichi testi in rete, anche in modo amatoriale e per ristrette cerchie di amici, possa ricevere una richiesta di rettifica quando tali contenuti siano ritenuti scomodi da qualcuno. In caso di mancata pubblicazione della rettifica entro due giorni, scatterà una sanzione fino a 12.500 euro. Facile ipotizzare la possibilità di utilizzare in modo intimidatorio tale strumento: qualunque cittadino scriva in rete, non avendo un giornale organizzato con struttura legale disposta a difenderlo, sarà certamente spinto ad accettare richieste di rettifica anche se ritiene di aver scritto fatti reali, attuando cosi’ una forma di autocensura per non incorrere nella sanzione.

È fondamentale restare lucidi e assumerci la responsabilità di percorrere tutte le strade che, nel caso di approvazione della legge, quantomeno evitino la desertificazione del web italiano. Cio’ è possibile perchè, assieme all’iter sul provvedimento iniziato alla Camera nel luglio 2010 e poi sospeso in seguito alle forti pressioni contrarie, rientrano in gioco anche tutti gli emendamenti che erano stati presentati oltre un anno fa.

Ebbene 26 parlamentari (qui i nomi) di PD (8), Radicali (6), UDC (5), PDL (3), IDV (2) e Gruppo Misto (2) hanno presentato alla Camera ben 7 diversi emedamenti (leggili qui) che in vario modo cercano di limitare ai soli contenuti professionali ed in particolare alle testate registrate la validità del comma incriminato.

Si tratta di un tesoro inestimabile, tanto più per il fatto di avere una caratterizzazione bipartisan. Attorno ad esso abbiamo la possibilità di raccogliere la disponibilità di chi non vuole aggravare l’anomalia informativa italiana.

Qualsiasi parlamentare può, fino al momento della votazione, apporre la sua firma su tutti o solo alcuni di questi emendamenti, se li ritiene condivisibili.

Vogliamo provare a portare gli attuali 26 firmatari verso i 316 della maggioranza necessaria all’approvazione di tali emendamenti alla Camera?

Invieremo a tutti i deputati la richiesta di modifica assieme a tutte le firme.

Ecco il link per firmare la petizione online di Agorà Digitale:
http://vvb-sl.tk//4

Avvocato libero professionista, classe 71, compie gli studi universitari a Bologna, si specializza a Roma, lavora in tutta Italia.
Avv. Giovanni Orlando
Avv. Giovanni Orlando
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